Questo lavoro nasce nel territorio del Delta del Po, un luogo dove la terra sembra esistere in uno stato di attesa. Qui il paesaggio non si offre mai completamente, affiora, si ritrae, si dissolve. La nebbia, il “całigo” in veneto, è presenza costante nei mesi freddi. Avvolge e sottrae, cancella i margini, sospende le distanze. Ogni riferimento si attenua, e restano soltanto i suoni, tracce minime di una vita che continua a muoversi dietro il velo opaco dell’aria.
Le immagini nascono da un camminare lento, da un perdersi volontario, esplorativo, in un finis terrae anfibio, dove i confini mutano con l’acqua e con la luce. Tra lagune, rami fluviali, canali artificiali e il mare che preme all’orizzonte, la terra appare come una conquista fragile, strappata alle acque dalle bonifiche, continuamente esposta al loro ritorno. È un equilibrio instabile, una trattativa silenziosa tra ciò che emerge e ciò che tende a sommergere.
Questo progetto è anche un gesto di ascolto e di memoria. I paesaggi attraversati appartengono alla mia infanzia e alla mia adolescenza, luoghi sedimentati nella coscienza, rimasti in sospensione come fondali invisibili. Allontanandomi e tornando, come fa la marea, li ho ritrovati trasformati, ma ancora riconoscibili nella loro essenza.
Sono terre sabbiose e umide, vulnerabili e ostinate, che cambiano con le stagioni e con i venti del nord capaci di piegare le canne, scuotere gli alberi e scoprire le fragilità delle architetture abbandonate. Poi torna la quiete, e la nebbia si riappropria lentamente dello spazio tra cielo e terra. Tutto sembra immobile, ma sotto la superficie continua un movimento interiore lento e incessante.
Il Terzo paesaggio può essere visto come la parte del nostro spazio di vita affidata all’inconscio. Profondità dove gli eventi si accumulano e si manifestano in modo, all’apparenza, indeciso.
Gilles Clément, “Manifesto del Terzo Paesaggio”